Sostenibilità del settore agroalimentare: impatti e normative UE da conoscere assolutamente

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Sostenibilità del settore agroalimentare: impatti e normative UE da conoscere assolutamente

L’industria agroalimentare è una delle più grandi a livello globale, ma è anche uno dei più grandi motori dell’impatto ambientale. Nel nostro paese e in Europa, il peso di questo settore non è più trascurabile, e per questo sono stati creati obiettivi, obblighi e requisiti verificabili per arrivare ad una neutralità climatica entro il 2050.

In questo scenario, “sostenibilità” significa una cosa molto concreta: ridurre impatti misurabili e, allo stesso tempo, mettere al sicuro la compliance. Qui vediamo dove si concentra l’impronta ambientale della filiera (con un focus pratico sugli stabilimenti) e quali normative UE è indispensabile conoscere.

Quanto inquina il settore alimentare e perché la sostenibilità è importante

L’impatto ambientale della filiera agroalimentare

Il settore agroalimentare pesa molto sull’ambiente perché, per produrre cibo, consuma risorse su larga scala e genera impatti lungo tutta la catena.

In termini di clima, la produzione alimentare è responsabile di circa il 30% delle emissioni globali e la sola zootecnia contribuisce per circa il 14,5%. Ma non è solo una questione di CO₂: per coltivare e allevare serve spazio (oltre il 40% delle terre emerse è utilizzato per attività agricole) e serve molta acqua (l’agricoltura assorbe circa il 70% dell’acqua dolce disponibile).

Sostenibilità del settore agroalimentare: impatti e normative UE da conoscere assolutamente

Questa combinazione di emissioni, uso del suolo e consumo idrico si riflette sugli ecosistemi: il sistema alimentare è considerato una delle principali cause di perdita di biodiversità, fino a quasi l’80%.

Cosa significa, in pratica, per uno stabilimento? Che la sostenibilità non è una dichiarazione: è un lavoro su numeri, flussi e scelte operative. Qui vale la regola d’oro: se non lo misuri, non lo governi.

Spreco e rifiuti alimentari: perché sono un tema ambientale (e di costo) per le imprese

Lo spreco alimentare non è solo un problema etico: è un costo industriale (materie prime acquistate e non valorizzate), un costo ambientale (risorse usate “a vuoto”) e un rischio gestionale (stoccaggi, odori, ritiri, non conformità).

Solo nell’Unione Europea ogni anno vengono sprecate più di 59 milioni di tonnellate di cibo, un dato che è ancora più assurdo se pensiamo che corrispondono a oltre 130kg di cibo a persona.

Ed è qui che la gestione rifiuti diventa un tema strategico: non solo “smaltire”, ma ridurre volumi, stabilizzare matrici, separare correttamente e valorizzare dove possibile, restando nel perimetro normativo.

Le principali normative ambientali per il settore alimentare in UE

Nel settore food la sostenibilità non è più un “extra”: è parte del perimetro di conformità, con regole che entrano nelle scelte quotidiane dell’impresa. L’UE spinge verso decarbonizzazione e modelli più circolari e, di conseguenza, alza l’asticella su ciò che deve essere misurato, controllato e dimostrato.

Il punto non è conoscere tutte le sigle: è capire quali obblighi ricadono sui flussi critici (emissioni, rifiuti, packaging, tracciabilità) e come evitare che diventino rischio operativo o costo fuori controllo.

Emissioni di gas serra

Sostenibilità del settore agroalimentare: impatti e normative UE da conoscere assolutamente

Qui la parola chiave è controllo: controllo delle emissioni e, sempre più spesso, controllo delle condizioni che le generano.

  • IED 2.0 – Direttiva sulle emissioni industriali: è lo strumento principale per ridurre emissioni in aria, acqua e suolo e prevenire la produzione di rifiuti da grandi impianti industriali (incluse molte attività zootecniche, gestione fanghi, trattamento rifiuti e allevamenti intensivi). Con la modifica del 2024 cresce l’attenzione su soglie, prestazioni e controlli, e aumenta l’importanza di un approccio “compliance-by-design”: impianti e procedure pensati per reggere verifiche e aggiornamenti.
  • Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006): si tratta di una normativa che raccoglie tutta la legislazione nazionale ambientale in un unico decreto. Regola i limiti e le regolamentazioni per le emissioni in atmosfera, gli scarichi, i rifiuti ecc.
  • Decisione di esecuzione (UE) 2023/2749: definisce le BAT (Best Available Techniques) per le emissioni industriali nel comparto dei prodotti di origine animale.
  • Emissioni odorigene (art. 272-bis): delega alle Regioni misure specifiche per prevenire e limitare le emissioni odorigene tramite azioni tecniche e gestionali.

Rifiuti e spreco alimentare

Sostenibilità del settore agroalimentare: impatti e normative UE da conoscere assolutamente

Se le emissioni sono il “termometro” ambientale, i rifiuti sono spesso il “centro di costo” più immediato. Per il food, la gestione rifiuti non riguarda solo lo smaltimento: riguarda volumi, umidità, stoccaggio, frequenza ritiri, tracciabilità.

Il quadro UE sta spostando l’attenzione su due fronti che nel settore alimentare contano moltissimo. Il primo è la riduzione del food waste, il secondo è il packaging.

  • Waste Framework Directive: definisce regole e gerarchia di gestione rifiuti (prevenzione → riuso → riciclo → recupero → smaltimento), con focus su rifiuti organici e sprechi lungo la filiera agroalimentare.
  • PPWR (imballaggi e rifiuti di imballaggio): nuovo regolamento UE per ridurre i rifiuti di packaging e promuovere riciclabilità e riutilizzo.
  • FPR (Fertilising Product Regulation): disciplina la produzione e vendita di fertilizzanti in UE, chiarendo cosa può diventare prodotto e cosa resta rifiuto (tema chiave per chi vuole valorizzare scarti organici industriali).
  • Etichettatura ambientale: obbliga a indicare sul packaging le corrette istruzioni per la raccolta differenziata.

Certificazioni sostenibili volontarie

Esistono certificazioni non obbligatorie che le imprese possono ottenere per dimostrare il proprio impegno nella sostenibilità. Non sostituiscono la compliance normativa, ma aiutano a strutturare processi, dati e miglioramento continuo. Inoltre, nel food, sono spesso una leva commerciale rilevante.

Ecco alcune tra le principali certificazioni di sostenibilità relative al settore agroalimentare:

  • ISO 14001: standard di sistemi di gestione ambientale per ridurre impatti, ottimizzare risorse e dimostrare impegno verso la sostenibilità
  • ISO 20001: è in sviluppo come standard dedicato alla gestione di perdite e sprechi alimentari, con pubblicazione prevista nel 2027
  • ISO 50001: sistema di gestione dell’energia (EnMS), utile per ridurre consumi e migliorare performance energetica con approccio strutturato.
  • Certificazione Biologica UE (Reg. 2018/848): etichetta “Euroleaf” per prodotti ottenuti con criteri ambientali e di benessere animale definiti a livello UE;
  • GlobalG.A.P.: standard privato per agricoltura sostenibile, sicurezza alimentare, tracciabilità e tutela dei lavoratori, molto usato in frutta/verdura, allevamenti e colture agricole.
  • Rainforest Alliance: standard per agricoltura sostenibile, conservazione delle foreste, tutela dei lavoratori; applicabile a colture come caffè, cacao, frutta, ortaggi, erbe, ecc.
  • AWS (Alliance for Water Stewardship): attesta che un’azienda gestisce l’acqua in modo responsabile, riducendo consumi e impatti e seguendo uno standard verificato da audit indipendente.

Economia circolare nel settore alimentare: come aiuta a rispettare le normative (e ridurre costi)

L’economia circolare nel food non è uno slogan: è un modo per trasformare obblighi e vincoli (rifiuti, scarichi, emissioni) in efficienza industriale.

Quando riduci a monte scarti, volumi e variabilità dei flussi (organico, fanghi, acque di processo), diminuiscono anche le situazioni che di solito generano non conformità: stoccaggi critici, ritiri troppo frequenti, emissioni odorigene, picchi nei reflui e gestione documentale più complessa. In parallelo, un approccio circolare ti costringe (in senso positivo) a misurare meglio: quantità e qualità dei flussi, rendimenti, consumi, risultati del trattamento.

Inoltre, c’è un vantaggio spesso sottovalutato: il taglio dei costi operativi “invisibili” (trasporti, movimentazioni, gestione interna). Perché, in molti casi, il vero spreco non è solo lo scarto: è il volume inutile che ti ritrovi a gestire ogni giorno.

Il ruolo di Themis: dal de-risking alle soluzioni tailor-made

A questo punto la domanda è semplice: come si passa dalle regole e dagli obiettivi UE a qualcosa che funzioni davvero in azienda, senza complicarsi la vita?

Themis lavora proprio su questo passaggio. Prima identifica dove si sta “perdendo” valore: quali scarti pesano di più, quali flussi generano costi e criticità, e quali interventi hanno senso per ridurre impatto e rischio di non conformità. Poi costruisce una soluzione su misura, pensata per la realtà quotidiana dell’azienda

Sostenibilità del settore agroalimentare: impatti e normative UE da conoscere assolutamente

Nel settore alimentare, spesso il nodo principale sono gli scarti umidi: occupano spazio, richiedono stoccaggio, generano odori e impongono ritiri frequenti. Qui entra in gioco WRT, che permette di ridurre il volume da gestire e trasformare i rifiuti in nuove risorse di valore.

La sostenibilità nel settore agroalimentare non è un tema astratto: le norme UE rendono sempre più importante dimostrare risultati concreti su emissioni, rifiuti, imballaggi e tracciabilità.

E spesso il punto di partenza più efficace è anche il più pragmatico: scarti e rifiuti, perché è lì che si concentrano sprechi e costi nascosti. Con il supporto di Themis, l’obiettivo diventa pratico: semplificare la gestione, ridurre volumi e trasformare un problema quotidiano in nuove opportunità.

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